Strage di Bologna del 2 agosto 1980
1a Corte di Assise di Appello di Bologna
SENTENZA 16 MAGGIO 1994
Capitolo VII
LA STRAGE - FIORAVANTI e MAMBRO
F) GLI ELEMENTI DI SUSSIDIO
22. Il loro significato
Il convincimento cui è pervenuta questa Corte e del quale si è dato conto sin qui è confortato da una molteplicità di altri dati che, senza assurgere alla dignità di indizi autonomi, hanno tuttavia una notevole capacità di persuasione in ordine alla correttezza delle conclusioni raggiunte.
Al riguardo, il primo argomento da esaminare è quello del contesto politico-ideologico in cui è maturata la strage.
23. I documenti della destra eversiva
Occorre qui affrontare la tesi della sentenza di appello secondo cui la strage del 2 agosto 1980 non sarebbe riferibile in termini di certezza all'area dell'eversione di destra.
La citata sentenza -in questo seguendo il percorso della decisione di primo grado- ha iniziato affrontando il problema dei documenti provenienti dal mondo della destra extraparlamentare ed eversiva.
Essa ha affermato che non poteva essere disconosciuto che "alcuni militanti di destra, in quegli anni oscuri, farneticavano di sanguinosi attentati terroristici come strumento di rinnovati, quanto imprecisati assetti politici e sociali. Non è dato, però -ha soggiunto- attribuire la paternità di quelle farneticazioni ad un gruppo, o ad organismi, ben individuati e strutturati, ma piuttosto, alle considerazioni ed elaborazioni di singoli, senza che sia stato possibile, sul piano probatorio, riconoscere concrete e specifiche programmazioni e piani di azione".
Questa Corte ritiene che non sia necessario ripercorrere, anche in questa sede, l'intera serie dei documenti così attentamente esaminati nelle precedenti fasi di questo processo e, specificamente, nelle requisitorie scritte del Pubblico Ministero, nella sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio e nella sentenza di primo grado, a cui deve necessariamente farsi qui richiamo integrale.
Appare, tuttavia, utile prendere in considerazione uno di quei documenti a causa delle sue particolarità.
Ci si vuole riferire al manoscritto ritrovato in una cabina telefonica di via Irnerio a Bologna il 31 agosto 1980, quello nella cui seconda pagina è stata rinvenuta l'annotazione "da Tuti a Mario Guido Naldi". Questo documento, che è stato definito dalla sentenza della Corte d'Assise una "sorta di risoluzione strategica della destra eversiva", possiede le seguenti peculiarità:
a) di essere coevo alla strage, con l'ovvia implicazione di riflettere idee e programmi propri di quel periodo;
b) di essere stato stilato da Mario Tuti (in collaborazione con altro detenuto di nome Invernizzi); personaggio, il Tuti, con cui gli imputati hanno dimostrato di avere non solo una profonda consonanza ideologica, ma anche una familiarità che è ampiamente testimoniata dalla corrispondenza successivamente intervenuta fra Fioravanti e la Mambro, da un lato, e lo stesso Tuti, dall'altro, nel periodo immediatamente successivo alla cattura dei primi due
Il documento in esame indica dunque :
- lo scopo del movimento: "lo scopo generale della lotta rivoluzionaria è la presa del potere";
- il metodo da utilizzare: “per cercare di raggiungere questo obiettivo è necessario disarticolare il sistema”;
- gli obiettivi: “le nostre azioni dovranno quindi prendere di mira le strutture, i mezzi, gli uomini del regime, colpendo a tutti i livelli e non risparmiando alcun settore”;
- la tattica: "in questa fase converrà evitare lo scontro diretto con i rossi per non dover combattere, poi, su due fronti";
- la teorizzazione dello spontaneismo: "per poter raggiungere questi obiettivi, come già è stato scritto, non si può certo contare sui resti delle vecchie organizzazioni extraparlamentari e tantomeno è ipotizzabile di poter creare dal nulla le strutture ed i militanti; occorrerà quindi prevedere delle strutture organizzative che consentano una reale selezione operativa dei quadri e permettano il formarsi di una effettiva gerarchia basata sul merito e sulle capacità, impedendo inoltre alle forze repressive del regime di stroncare l'attività rivoluzionaria ai primi inevitabili errori del movimento.
Questo risultato può essere raggiunto ricorrendo, all'inizio, ad una struttura spontaneistica basata su gruppuscoli di poche persone (quasi tutti i nostri militanti conoscono o possono conoscere personalmente due o tre camerati degni di fiducia con i quali passare all'azione) che solo dopo essersi provate in progressive azioni di lotta, potranno tendere ad ampliarsi e ramificarsi nonchè a collegarsi fra di loro, con una tecnica analoga a quella delle cellule comuniste.
... Logicamente, in tempi immediatamente successivi, l'insieme dei vari gruppuscoli dovrà essere coordinato, ma solo a livello propagandistico e forse anche dottrinario, da una organizzazione extraparlamentare di copertura e fiancheggiamento, che costituirà il retroterra del movimento nazional-rivoluzionario, nella quale confluiranno, a diretto beneficio della causa nazional-rivoluzionaria, i consensi ottenuti dalle azioni di lotta contro il regime. Questa organizzazione avrà inoltre l'importatissima funzione di filtro e di collegamento tra i gruppi operativi e l'ambiente c.d. ’nostro’, estendendosi praticamente dai vecchi extraparlamentari al MSI, agli autonomi ...
Questi gruppi spontanei, comunque, nella loro escalation operativa, dovranno porre molta attenzione nel seguire alcuni principi basilari della lotta clandestina che riteniamo utili ricordare".
- i metodi della lotta nazional-rivoluzionaria : "il militante nazional-rivoluzionario deve agire spregiudicatamente e senza essere minimamente frenato dalle norme della c.d. morale borghese; per cui, nelle azioni si avrà cura solo di minimizzare i rischi per i militanti e, per ottenere questo risultato, non si terrà certo conto delle perdite, anche non strettamente necessarie inflitte al nemico o ai "neutrali";
... le difficoltà delle operazioni dovranno essere considerate solo in base alle probabilità di successo o insuccesso ... e senza considerare quindi gli articoli del codice penale o i precetti morali che non hanno alcun senso dal punto di vista rivoluzionario. Occorre, quindi, fissarsi bene in mente il concetto fondamentale che il vantaggio è dalla parte di chi colpisce per primo e colpisce duro, in modo da paralizzare ogni possibilità di reazione del nemico, mentre le mezze misure vanno considerate quasi alla stregua di tradimenti";
- la scelta dei metodi di lotta e delle armi: "riguardo alla scelta dei metodi di lotta e delle armi da impiegare per abbattere il regime e far trionfare le nostre idee, questa dovrà essere la più larga possibile tenendo conto della situazione del Paese e delle nostre effettive possibilità. Non si può, quindi, non mettere in evidenza l'importanza ed anzi, la preminenza della lotta armata nella condotta della guerra rivoluzionaria e la sua influenza riflessa anche nei settori più propriamente politici quali la propaganda, la credibilità del Paese all'estero, l'arruolamento e la selezione dei militanti";
- la necessarietà della Lotta armata; il terrorismo e la sua funzione; la repressione e la sua funzione : "per il raggiungimento dei nostri fini rivoluzionari, il ricorso alla lotta armata si presenta come l'unica alternativa valida; la lotta stessa deve essere condotta in maniera dura, decisa, efficiente, spregiudicata, onde causare le massime perdite morali e materiali al nemico ed a risparmiare il più possibile le nostre forze. A questo scopo, varie e differenziate possono essere le tattiche da impiegare agli inizi e nel successivo sviluppo della guerra rivoluzionaria.
Il terrorismo, sia indiscriminato che contro obbiettivi ben individuati e il suo potenziale offensivo (è stato definito ‘l’aereo da bombardamento del popolo’) può essere indicato per scatenare l'offensiva contro le forze del regime da parte dei gruppi di militanti ancora poco numerosi e quasi isolati fra di loro e, contando sulla impressione prodotta sia sul nemico che su quelle forze almeno in parte a noi favorevoli, è indubbio che si avrà quasi automaticamente un estendersi di lotta armata favorita anche dalla prevedibile recrudescenza della repressione da parte delle forze di polizia e della magistratura del regime.
... Il cecchinaggio, quindi, per fare un esempio, pur valido da un punto di vista tattico, non è di per sè sufficiente a mettere in crisi le istituzioni e per questo dovrà essere affiancato, da un punto di vista strategico, da metodi di lotta di più ampia portata e di maggior coinvolgimento.
La massa della popolazione poi, che all'inizio possiamo ritenere sostanzialmente neutrale, sarà naturalmente portata a temerci e ad ammirarci, disprezzando nel contempo lo stato per la sua incapacità a difendersi e a difenderla. Semmai, a questo punto è bene ricordare il precetto di Machiavelli, sull'utilità di essere sì temuti, ma non odiati; per questo è sufficiente o che gli obiettivi presi di mira appartengano inequivocabilmente agli organi e alle strutture del sistema o che, nel caso di offensive indiscriminate atte a seminare il panico, dette offensive siano motivate da rappresaglie, ritorsioni, ultimatum, in cui l'odio semmai si rivolgerà verso chi dette rappresaglie ha causato, ignorando gli ultimatum. La storia di tutte le più recenti guerre rivoluzionarie nelle quali il metodo terroristico è sempre stato impiegato, conferma tutto questo.
Con specifici attacchi, poi, non necessariamente rivendicati dalla nostra parte, si potranno aumentare sino ad un limite insostenibile per il tessuto dello Stato, le tensioni politiche, economiche etniche e geografiche, causando già di fatto uno scollamento irreparabile del tessuto sociale, premessa indispensabile per un estendersi generalizzato della lotta.
Con lo scatenarsi dell'offensiva, poi, avremo anche il grande vantaggio di mettere tanti simpatizzanti e rivoluzionari di fronte ad una lotta ben precisa e diversi centri, gruppi, movimenti che finora hanno solo parlato di rivoluzione, facendo al più qualche blando preparativo lasciato generalmente all'iniziativa del singolo, saranno costretti ad abbandonare i loro tentennamenti e le loro indecisioni, per seguirci nella lotta ed avallare la nostra iniziativa, pena, in caso contrario, l'essere squalificati e perdere ogni credibilità.
Anche i singoli camerati, e ce ne sono, che all'interno del MSI o di altri gruppi più o meno legalitari, non hanno rinunciato alle loro aspirazioni rivoluzionarie, ma non sono mai passati all'azione perchè incapaci di prendere da soli una tale iniziativa, in un clima di guerra civile e con l'inevitabile acuirsi della repressione del regime nelle altrettanto inevitabili ritorsioni e rappresaglie dei rossi non è difficile che siano spinti a superare le loro indecisioni e le loro remore per seguire finalmente le loro aspirazioni, in questo incoraggiati anche dai clamorosi successi che una tecnica ‘pagante’ come quella del terrorismo può portare all’attaccante."
- il riconoscimento internazionale: " una guerriglia vera e propria con la conseguente liberazione o controllo, anche temporaneo, di territori al fine appunto di ottenere una legittimazione a livello internazionale è possibile solo in paesi colpiti da profonde lacerazioni e sull'orlo della guerra civile e dell'insurrezione generale. Con queste premesse, sarà allora possibile imporre al regime il riconoscimento, previsto dalla nuova convenzione di Ginevra, dello status di combattente regolare per i nostri militanti e non sarà difficile trovare appoggi internazionali ed aiuti nonchè costituire appunto basi di gerarchie all'estero."
A commento di questo documento, per il resto di assoluta chiarezza, occorre ricordare che la ragione -qui non enunciata in una formulazione espressa ma che è data per scontata e della quale si colgono inequivocabili segni nel testo (vedasi, ad esempio il riferimento al "sistema pluto-marxista", fg.12)- che spinge alla lotta armata del movimento è costituita dalla necessità di combattere il comunismo e più esattamente quel comunismo che si ritiene essersi infiltrato nelle istituzioni e avere permeato di sè lo Stato.
Ciò che è basilare notare, inoltre, è che questo documento riecheggia concetti e proposte già contenuti in altri documenti provenienti dalla medesima area.
Con uno sguardo a volo di uccello, può infatti rilevarsi che la lotta al comunismo -premessa implicita o esplicita di ogni documento- fu il tema principale del convegno tenuto presso l'istituto Pollio nel maggio del 1965 a Roma, nei cui atti è possibile rintracciare anche la indicazione di Bologna come città simbolo dell'affermazione del comunismo e la prospettazione del terrorismo come mezzo di lotta.
Il tema della eversione totale del sistema politico vigente attraversa l'intero arco dei documenti considerati: dalla "Disintegrazione del sistema" di Freda agli articoli di "Costruiamo l'Azione".
Della celebrazione dello spontaneismo armato si occupano le lettere di Freda a Tuti, e da ultimo i documenti di Terza Posizione: "Posizione teorica per un'azione legionaria" e "I ventitré punti della lotta tercerista".
Della legittimità del ricorso al terrorismo si occupano, fra gli altri, anche il documento "Formazione elementare", di provenienza avanguardista (sequestrato presso Marco Ballan), nonchè il documento "Linea Politica" (sequestrato a Carlo Battaglia il 2 agosto 1980), in cui si legge -vale la pena che venga notato- "bisogna arrivare al punto che non solo gli aerei, ma le navi e i treni e le strade siano insicure: bisogna ripristinare il terrore e la paralisi della circolazione".
Della importanza della repressione e della sua funzione di ricompattamento degli elementi rivoluzionari si occupa Freda nella intervista che accompagna la edizione francese del 1978 della "Disintegrazione del sistema"; nonchè il documento -coevo- "Prospettive dell'Azione Rivoluzionaria", sequestrato nella cella di Edgardo Bonazzi
E non si può omettere di ricordare che proprio del tema della funzione catartica della repressione hanno parlato anche Angelo Izzo e Raffaella Furiozzi ed altresì Amos Spiazzi,
La sommaria rassegna dei documenti testè citati sta a dimostrare che quello che è passato alla storia di questo processo con il titolo "da Tuti a Mario Guido Naldi" rappresenta una summa delle elaborazioni compiute da molti altri autori del passato remoto e prossimo.
Risulta, dunque, smentito che i vari documenti siano opera di singoli, slegati ed indipendenti fra di loro sul piano ideologico e su quello operativo (si pensi, in aggiunta a quanto si è già detto, al capitolo sulla 'sicurezza' del documento "Formazione Elementare" sopra citato, che si trova integralmente riprodotto nelle norme generali allegate ai "Fogli d'ordini di Ordine Nuovo"; o al tema del "Cacciatore" trattato nel documento "Prospettive dell'Azione Rivoluzionaria" e riprodotto in un numero della rivista Quex).
Il documento trovato nella cabina telefonica di via Irnerio, quindi, può a buon diritto essere considerato un compendio del pensiero della destra eversiva così come era venuto maturando al momento della primavera-estate del 1980. Esso in particolare rifletteva il pensiero di un rispettato ed ascoltato esponente di quell'area, uno dei più autorevoli artefici di Quex, il giornale "di punta" dei movimenti eversivi dell'epoca.
Occorre, infine, tenere presente le peculiarità che ricollegano il documento in esame agli imputati ed alla strage.
Si è già detto dell'essere il documento coevo alla strage e dei legami fra gli imputati e Mario Tuti.
Va ora soggiunto a) che la descrizione dello spontaneismo armato contenuta nel documento collima perfettamente con l'interpretazione che del fenomeno hanno dato Valerio Fioravanti e Francesca Mambro; b) che la strage del 2 agosto ha tutti i connotati per essere considerata il frutto ineluttabile e la fedele attuazione dei dettami contenuti nel documento medesimo.
24. I precedenti stragisti della destra
Il giudice dell'appello ha affermato che non può trarsi alcun dato significativo dall'elenco dei fatti stragisti consumati negli anni antecedenti alla strage di cui qui si discute, atteso che non ne è stata ancora data una completa e soddisfacente chiarificazione neppure sotto il profilo delle responsabilità individuali. In particolare -ha sottolineato quel giudice- "la riferibilità di stragi ed attentati ad un'unica ed esclusiva matrice di destra non può avere i caratteri della certezza, in quanto anche nei procedimenti penali relativi ad altri avvenimenti stragistici, tale certezza non si è, allo stato, raggiunta".
Sul primo punto (accertamento delle responsabilità individuali) questa Corte deve rilevare che se è vero che di taluni fatti stragistici non sono stati individuati gli autori, è altrettanto vero che per altri -molti- quell'accertamento vi è stato con sentenze passate in giudicato. E' sufficiente, al riguardo, proporre un sintetico riepilogo di quegli eventi.
E' pacifica l'affermazione di responsabilità di esponenti del gruppo veneto che faceva capo a Franco Freda e Giovanni Ventura in ordine a 17 -dei 22 complessivi- attentati terroristici con finalità stragiste perpetrati dall'aprile al dicembre del 1969.
E' pure pacifica la responsabilità -confessata- del neofascista Vincenzo Vinciguerra per la strage di Peteano del 31 maggio 1972.
Per l'attentato al direttissimo Torino-Roma, commesso a Genova il 7 aprile 1973, sono stati giudicati responsabili Nico Azzi, Mauro Marzorati, Francesco De Min e Giancarlo Rognoni, appartenenti alla formazione di estrema destra "la Fenice" (sentenza, divenuta definitiva il 15 novembre 78, della Corte d'Assise d'Appello di Genova in data 27 ottobre 77).
Per la strage di Milano del 17 maggio 1973 è stato riconosciuto responsabile Giancarlo Bertoli, la cui appartenenza alla destra è stata accertata dalla sentenza irrevocabile di condanna all'ergastolo pronunciata dalla Corte d'Assise di Milano.
Per gli attentati dinamitardi compiuti ai danni della linea ferroviaria Chiusi-Arezzo (il più grave dei quali a Terontola) il 31 dicembre 1974 e il 6 e 7 gennaio 1975, con sentenza passata in giudicato della Corte d'Assise di Arezzo del 28 aprile 1976 sono stati condannati per il delitto di strage Mario Tuti e Luciano Franci, i quali sono stati anche riconosciuti colpevoli -in quella medesima sentenza ed in altra della Corte d'Assise d'Appello di Firenze in data 2 dicembre 1989- dei delitti di ricostituzione del partito fascista e di partecipazione ad una associazione sovversiva che "faceva riferimento al disciolto Movimento Politico Ordine Nuovo o ad Avanguardia Nazionale, che usava, tra l'altro, sigle quali ‘Ordine nero’ o gruppi per l’Ordine nero, che aveva protratto la sua attività in varie province della Toscana -Firenze, Arezzo, Pistoia, Lucca- dalla fine dell'anno 1973/inizio anno 1974 fino agli inizi del 1975" (capo 9 e pagg.186 e segg.della sentenza di Firenze).
Per gli attentati di Moiano (casa del popolo) del 22 aprile 1974 e di Vaiano (linea ferroviaria Firenze-Bologna) sono stati riconosciuti responsabili vari terroristi neofascisti toscani con sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Firenze in data 21 dicembre 1989.
Vi sono, infine, gli attentati dinamitardi del "M.R.P." di cui si è apertamente confessato responsabile Marcello Iannilli anche in questo processo (17 gennaio 86 al G.I. di Bologna): "nel 1978 al Ministero di Grazia e Giustizia, alla SIP, all'Autoparco comunale, alla Prefettura di Roma; nel 1979 al CSM, a Regina Coeli, al Campidoglio e al Ministero degli Esteri"; attentati tutti giudicati con sentenza 28 maggio 1990 della Corte d'Assise di Roma divenuta definitiva.
Quanto al secondo punto (la riferibilità di stragi ed attentati ad un'unica ed esclusiva matrice di destra) questa Corte deve rilevare che gli eventi stragisti testé elencati hanno certamente una matrice di destra, come è dimostrato dalla sicura appartenenza dei loro autori a quell'area.
25. Le voci che precedettero la strage
Passando ora al tema delle voci che in epoca antecedente alla strage fecero riferimento ad eventi che in quella possono essere riconosciuti, occorre esaminare, anzitutto, la vicenda che ha visto come protagonista Luigi Vettore Presilio e quella al cui centro si è posto Amos Spiazzi. Di entrambe si è occupata la sentenza di appello, giungendo a conclusioni di ordine negativo circa la significatività dei fatti per i fini qui esaminati.
Si riferirà, quindi, di Leonardo Giovagnini, Mario Guido Naldi e Mirella Robbio.
25.1 Luigi Vettore Presilio
La vicenda del Presilio è ampiamente nota e, per ciò che qui rileva e al fine di dirimere le perplessità sollevate dalla sentenza di appello, occorre, preliminarmente, chiarire che cosa ha realmente detto il testimone.
Il 6 agosto 1980 il magistrato di sorveglianza di Padova inviava al Procuratore della Repubblica di Bologna una relazione di cui si trascrivono i passi salienti : "... un detenuto della casa circondariale di Padova tale Vettore Presilio ... il 10 luglio u.s., presente il legale dell'interessato, ma in via informale, ... rendeva allo scrivente dichiarazioni così sintetizzabili :
- aveva ricevuto la proposta, da parte di esponenti di una organizzazione di estrema destra già in passato servitasi delle sue prestazioni, di partecipare a un attentato contro il giudice Stiz di Treviso; tale attentato doveva realizzarsi nell'imminente futuro (entro settembre) mediante ....;
- prima di questo fatto doveva essere realizzato dal medesimo gruppo un attentato di eccezionale gravità, che avrebbe riempito ‘le pagine dei giornali’.”
La stessa sera del 6 agosto '80, due sostituti della Procura di Bologna interrogavano il Presilio nella casa circondariale di Padova; essi davano atto nel verbale delle dichiarazioni del testimone, secondo cui questi aveva ricevuto le notizie e la proposta di partecipare all'attentato al giudice Stiz da un compagno di detenzione; in base a tali notizie, "prima dell'attentato a Stiz vi sarebbe stato altro attentato di tali proporzioni per cui ne avrebbe parlato la prima pagina di tutti i giornali del mondo; precisava che quest'ultimo attentato -a quanto aveva saputo- si sarebbe verificato nella prima settimana di agosto". I magistrati davano atto anche del fatto che il teste si era rifiutato di sottoscrivere il verbale e di proseguire nella collaborazione poiché non era stata accolta la condizione, da lui posta, che gli fosse concessa la libertà provvisoria.
I due magistrati interrogavano nuovamente il Vettore Presilio il giorno 11 agosto e questa volta le dichiarazioni del teste venivano registrate su nastro. Il Vettore si diffondeva su molti passaggi della sua vita di simpatizzante della destra parlamentare ed extraparlamentare e sulla sua partecipazione alle attività svolte, principalmente in Padova, da vari personaggi di quegli ambienti; egli confermava, poi, quanto già detto e chiariva che il compagno di detenzione che gli aveva dato le informazioni era un frequentatore degli stessi ambienti dell'estrema destra padovana, tale Rinani, il quale si era confidato con lui in un momento di grave sconforto dovuto alla delusione per non avere ottenuto la libertà provvisoria.
Il 27 agosto veniva interrogato il legale di fiducia del Vettore, l'avvocato Franco Tosello di Padova, il quale, oltre a confermare di avere presenziato al colloquio che il magistrato di sorveglianza aveva concesso al suo cliente e a confermare che costui aveva dichiarato che "l'attentato a Stiz sarebbe stato preceduto da un grosso fatto del quale avrebbero parlato televisione e giornali", precisava che il detenuto andava insistendo da diverso tempo per incontrarlo e che quando ciò era avvenuto, il 1° luglio, gli aveva detto di essere a conoscenza di fatti di terrorismo e gli aveva riferito del progettato attentato al giudice Stiz; nei giorni immediatamente successivi, il legale aveva ricevuto dal suo cliente un biglietto (prodotto in fotocopia ed allegato al verbale di deposizione; biglietto che sarà riconosciuto formalmente per suo dal Vettore in occasione della deposizione resa al G.I. di Bologna il 13 novembre 1980) del seguente tenore letterale :
"Egregio Avvocato Tosello.
L'ultimo colloquio che abbiamo avuto assieme, Lei sa di quello che abbiamo parlato non creda che io sia stato così deficente di avergli dato tutti i particolari precisi, ma Bensì prima di quel fatto si sentirà per Televisione e quotidiani una notizia che farà molto ma molto scalpore, quindi la invito presto, presto di venire a un colloquio col giudice di sorveglianza o chi di competenza.
Vettore Luigi Presilio
Se le scrivo questo è perchè una persona di mia conoscenza non deve uscire dal carcere prima di me.
Così avrò modo di lavorarmi i miei amici, sempre con nomi di battaglia.
Non se la prenda sottogamba altrimenti la ritengo responsabile di prima persona di tutto quello che Avverrà."
Il 3 settembre si procedeva a ricognizione formale di Roberto Rinani, che il Vettore riconosceva senza esitazione.
A fronte di questi fatti e della conclusione, che ne aveva tratto la Corte di Assise, che il Vettore fosse a conoscenza in anticipo della strage, i giudici dell'appello hanno affermato che "l'attenta rilettura, ed il riascolto, del brano di conversazione registrato (Vettore interrogato e sollecitato dal P.M.) non sembra possano attribuire alle parole del teste il significato certo individuato dalla sentenza di primo grado." "Il Rinani -ha soggiunto la sentenza- avrebbe parlato di attentati, sempre riferibili a personaggi, e non di progetti stragisti e, nonostante la trasparente supposizione dell'inquirente circa la riferibilità alla strage delle risposte date dal Vettore, non possono legittimamente ricavarsi interpretazioni in tal senso, ma al contrario, appare evidente il riferimento ad episodio completamente diverso, come un attentato ad una persona" (pp.294-295).
In considerazione del fatto che la trascrizione del nastro eseguita nel 1980 conteneva taluni omissis che ne facevano sospettare una certa incompletezza e a seguito del difetto di motivazione che la Corte di Cassazione ha rilevato sul punto -non avendo i giudici di appello dato conto delle parole del Vettore sulla base delle quali erano pervenuti al giudizio riportato- questo Collegio ha disposto, in sede di rinnovazione del dibattimento, la trascrizione del nastro con le forme della perizia ed ha quindi proceduto all'ascolto, in pubblica udienza, dell'intera registrazione. Nella predetta udienza, alla quale era presente anche il perito, si sono compiute talune correzioni del testo della trascrizione, dandosene atto a verbale di volta in volta.
Orbene, è risultato accertato (pag.16 della perizia e precisazioni a verbale che fanno riferimento alla pagina suddetta) che il giudice dell'appello è caduto in un evidente errore di percezione delle parole del dialogo tra i due PM e il testimone.
Questo, infatti, è il testo del dialogo.
1° PM : Cioè, io chiedo questo : quando ha fatto riferimento a un episodio che sarebbe accaduto la prima settimana di agosto, si riferiva ad un attentato, oppure si riferiva ...
Vettore : Un attentato !
1° PM : Un attentato? Ecco ...
2° PM : Ad una persona?
1° PM : A una persona?
Vettore : No ...
1° PM : ... comunque era ...
Vettore : ... lo escludo ... matematicamente !
1° PM : Era un fatto diverso quindi dall'attentato a Stiz ... a quell'esponente padovano. Lei così l'ha percepito ?
Vettore : Io così l'ho percepito ... comunque ...
2° PM : Come si chiama ?
Vettore : Comunque un attentato sicuro !
1° PM : Ho capito.
Vettore : Attentato ... io pensavo non so ... tipo come avevamo parlato, qualche cosa che potesse far parlare ... ma non tipo omicidi ... perchè non ho mai sentito dalla bocca di Rinaldi "uccidere" ... una cosa e l'altra ! Da altre persone sì, ma da lui no !
La Corte deve, inoltre, dare atto di un aspetto del dialogo in questione -comune, per altro, a tutti i dialoghi- che, per forza di cose, una trascrizione non può riprodurre, perchè richiederebbe, ogni volta, di essere illustrato con un commento. Ci si vuol riferire all'accavallarsi delle voci dei vari interlocutori.
Nella specie, occorre precisare che alla domanda del PM "A una persona?", il Vettore replica : "No, lo escludo matematicamente" e che a questa risposta da poco iniziata, ma che ha già assunto un tenore inequivocabile, si sovrappone parzialmente, per poi essere ultimata alla fine, la frase del PM : "Comunque era un fatto diverso quindi dall'attentato a Stiz", frase che viene pronunciata come evidentissima chiosa di presa d'atto del diniego di Vettore.*)
Dal testo del dialogo, dunque, emerge con assoluta chiarezza che il fatto terroristico -diverso dall'attentato al giudice Stiz- di cui ha parlato il Vettore non consisteva in un attentato ad una persona e, anzi, si contrapponeva all'uccisione di una singola persona in ragione delle dimensioni dell'evento che, proprio per questo, avrebbe avuto particolare risonanza.
Stabilito questo, occorre sottolineare che il contenuto della deposizione registrata è perfettamente concordante con le altre molteplici prove acquisite sul medesimo punto -testimoniali e documentali- di cui si è fatto cenno più sopra. Ed è appena il caso di notare che, anche laddove fossero rimaste perplessità sul nastro, sarebbero bastate tali prove -a motivo della loro qualità, della loro chiarezza, del loro numero e della loro perfetta sovrapponibilità- a fugare ogni dubbio sulla reale portata della notizia riferita dal Vettore.
Essendo questi i fatti e una volta chiarito il punto preliminare posto in discussione dalla sentenza di secondo grado, non resta che prendere atto che il Vettore Presilio si è mostrato a conoscenza, circa un mese prima della strage di Bologna, del fatto che nella prima settimana di agosto sarebbe stato commesso un attentato terroristico di tanto eccezionale gravità da spingere i giornali di tutto il mondo a parlarne.
I connotati, poi, di tempo e di straordinarietà -di un fatto già tanto grave di per sé come un attentato terroristico- non possono lasciare dubbi sulla identificazione dell'evento annunciato con la strage del 2 agosto.
L'appartenenza del Presilio all'ambito locale padovano dell'estrema destra; la spiegazione, conseguente, delle confidenze ricevute da un Rinani ‘scoppiato’, il quale si era aperto ad un sodale e non ad un qualsiasi compagno di detenzione; ancora, la stessa partecipazione del Rinani a quella cellula della eversione neofascista padovana sono -anche secondo il giudice dell'appello (p.297)- circostanze da "ritenersi sufficientemente provate dalle considerazioni e dagli elementi tutti utilizzati dalla Corte d'Assise di Bologna", a cui va fatto qui integrale richiamo (mentre taluni approfondimenti dei medesimi temi vengono rinviati ad altro capitolo della presente motivazione).
Le ovvie conclusioni che vanno tratte dalle premesse testé evidenziate indicano che l'ambiente della eversione neofascista padovana era al corrente, almeno un mese prima del 2 agosto, che sarebbe stata commessa la strage.
25.2 Amos Spiazzi
Della vicenda Spiazzi si è già parlato in precedenza (cfr. retro sub 12) ed ora va posto l'accento sul fatto che l'inchiesta sull'eversione di destra romana condotta dall'ex colonnello è collocabile con assoluta certezza nel luglio del 1980, come è dimostrato dalla circostanza che l'appunto del Centro SISDE di Bolzano -che trasmetteva l'esito dell'inchiesta suddetta alla direzione di Roma- porta la data del 28 luglio 1980 ed indica nel 22 luglio la "data di acquisizione delle notizie".
Per la parte chi qui interessa, l'informativa Spiazzi conteneva la notizia che nell'ambiente romano "Ciccio" (Mangiameli) si adoperava per coordinare ed unificare l'attività dei quattro gruppi terroristici che agivano nella capitale; che per le operazioni di questi gruppi si era alla ricerca di armi ed esplosivi; che si era deciso di procedere, dopo il periodo estivo, alla eliminazione di altro magistrato.
L'informativa si limita a questo ed appare, quindi, ineccepibile l'affermazione della sentenza di appello secondo cui in essa non si riscontra alcun riferimento alla strage.
Tuttavia, non ci si può fermare a questa semplice presa d'atto, perchè è necessario -seguendo i rilievi che ha mosso la Corte di legittimità sul punto- coordinare l'informativa con altri eventi che la seguirono. Tali eventi si incentrano sulla figura del Mangiameli; essi prendono l'avvio dall'intervista di Spiazzi all'Espresso e si concludono con l'assassinio dello stesso Mangiameli.
L'intervista -rilasciata dallo Spiazzi tre giorni dopo la strage e dietro sua iniziativa- contiene una menzione del "Ciccio" che subito fu interpretata come una indicazione inequivocabile di coinvolgimento dell'esponente di TP nella strage e che lo stesso Mangiameli lesse come l'espressione della volontà di "incastrarlo".
Lo Spiazzi, dal canto suo, ha confermato quella interpretazione (20 mag.83 al G.I. di Bologna in altro proc.): "... l'intervista all'Espresso del 5/8/1980 la rilasciai, oltre che per prevenire azioni future, anche ritenendo che la strage di Bologna fosse stata eseguita proprio nell'ambito di quei progetti dei quali si era parlato a Roma ...".
Già in precedenza, per altro, lo Spiazzi -nello scritto sequestrato presso la sua abitazione e che s'inizia con le parole "il dottor Prati"- aveva mostrato il suo convincimento circa le responsabilità del "Ciccio" nelle attività eversive romane ed aveva chiarito che l'intervista data all'Espresso aveva avuto proprio lo scopo di additare il Mangiameli agli inquirenti dopo che il suo rapporto al SISDE si era rivelato inefficace in quella direzione.
Spiazzi, dunque, aveva immediatamente ricollegato la strage ai progetti che aveva sentito agitarsi fra gli spontaneisti romani che avevano in "Ciccio" la loro guida, dando a vedere, così, che taluni particolari, certe sfumature, i velati accenni che aveva raccolto nel corso dei suoi incontri romani e che nella informativa non avevano avuto modo di materializzarsi in una notizia precisa, una volta verificatasi la strage gli avevano disvelato il loro reale significato.
E che quella non fosse stata una semplice valutazione postuma del colonnello, ma che quest'ultimo avesse colto con esattezza il "ruolo significativo del Mangiameli nei prodromi della vicenda della strage", ruolo che l'intervista aveva reso di dominio pubblico tanto "da scatenare la reazione del Fioravanti contro l'amico e il camerata per lui divenuto una ‘mina vagante’ ", è stato dimostrato proprio dall'omicidio Mangiameli e dal suo movente, che più sopra si sono diffusamente illustrati.
Né può essere giudicato contraddittorio e, dunque, improponibile -come ha ritenuto la sentenza di secondo grado (p.301)- che la strage fosse stata progettata nell'ambiente della destra romana e che, nello stesso tempo, la pur prevedibile reazione poliziesca avesse potuto determinare lo scompaginamento del medesimo ambiente che si era fatto trovare impreparato.
Non deve dimenticarsi, infatti, che vari e qualificatissimi documenti dell’area (per tutti, lo scritto conosciuto con il titolo "Da Tuti a M.G.Naldi", ampiamente citato) avevano teorizzato la funzione necessaria di "ricompattamento" dei ranghi che la repressione avrebbe dovuto assolvere nell'ambiente; ed altresì che vari esponenti dell'eversione, poi dissociati, hanno riferito che quella idea era attivamente professata dai terroristi sul campo.
E su questo tema uno di quei dissociati, Raffaella Furiozzi, ha detto qualche cosa di molto specifico proprio in relazione alla strage del 2 agosto. Riferendo le confidenze fattele dal suo compagno Diego Macciò, nel frattempo deceduto, la Furiozzi ha dichiarato (25 mar.86 al PM di Bologna) : "Diego, sempre da Cavallini, aveva saputo che la strage di Bologna era sopraggiunta dopo il fallimento politico dell'omicidio Amato. Infatti, con l'uccisione del giudice romano ci si riprometteva di sconvolgere l'ambiente di destra attraverso la esaltazione che quel gesto avrebbe prodotto e la repressione che avrebbe innescato spingendo molti incerti alla latitanza e ad un programma preciso di lotta armata. ... Senonché, per ragioni che non conosco non vi fu quella reazione repressiva dello Stato, per cui gli effetti politici dell'omicidio Amato non vi furono così come ci si riprometteva. Vi fu allora l'episodio della carica esplosiva collocata in un furgone davanti a Palazzo Marino a Milano. L'azione fu ideata da Cavallini e da persona soprannominata il Capro, certamente di Roma, che non so meglio precisare. L'attentato, che era diretto a realizzare un effetto più devastante rispetto all'omicidio Amato e quindi ad innescare quella repressione che l'omicidio del magistrato non era riuscito ad ottenere, si dimostrò anch'esso un fallimento. Qualche giorno dopo ci fu la strage di Bologna: furono Giusva e Francesca a prendere l'iniziativa dopo il fallimento dell'azione di Cavallini".
Si può, allora, affermare, in piena adesione al pensiero della Suprema Corte, che "lo sbandamento derivante dalla repressione successiva alla strage costituiva un fatto previsto e funzionale ad acquisire a detta strategia nuove forze qualificate".
Va aggiunto che una testimonianza, sia pure duplicemente de relato e non confermata -e con ragione intuibile- dalla fonte, ha indicato proprio in Valerio Fioravanti e Francesca Mambro due convinti assertori, nonché fedeli attuatori di quella idea.
Riepilogando, deve dirsi che la vicenda Spiazzi rivela che nel mese di luglio del 1980 erano percepibili nell'ambiente romano della destra eversiva segni premonitori della imminente strage (oltre al progetto di uccidere un magistrato che, considerata anche la coincidenza della data prevista per l'esecuzione, è perfettamente sovrapponibile a quello del gruppo veneto).
25.3 Leonardo Giovagnini e M.G. Naldi
Altra vicenda che merita una attenta considerazione è quella che è emersa dalle dichiarazioni di Leonardo Giovagnini, un aderente a Terza Posizione che dirigeva una radio privata (Radio Mantakas) ad Osimo in provincia di Ancona.
Interrogato dal PM di Roma (16 ott.80, p.19) come imputato nel processo c.d. di Terza Posizione, il Giovagnini, parlando dei suoi rapporti con Roberto Fiore, ha riferito : "Sempre riferendomi all'incontro col Fiore avvenuto a Roma nei primi di luglio dell'80 ... costui mi disse che il movimento a Roma era diventato molto forte e che in sostanza perseguiva finalità eversive nel senso che il movimento, attraverso azioni militari destabilizzanti, si riprometteva di creare i presupposti per una rivoluzione di popolo. Mi disse anche che il movimento era armato e che aveva mezzi sufficienti per riuscire nell'intento. Nella circostanza mi fece anche presente che tutti i militanti erano armati e pronti a compiere azioni terroristiche. Non scese in particolari per quanto riguardava i nomi, facendomi comunque intendere che il movimento era pronto per la lotta armata, sia sotto il profilo numerico che sotto quello organizzativo.
Il Fiore non mi parlò di episodi specifici per darmi la prova di quanto diceva: io, d'altra parte, conoscendolo bene e sapendo che era una persona seria e non un venditore di fumo, diedi pieno credito a quanto da lui riferito."
Poco oltre (p.21) si legge, ancora : "Ai Carabinieri feci comunque presente che la situazione a Roma era divenuta esplosiva e in sostanza ormai non era più controllabile: Terza Posizione era infatti diventata una vera e propria banda armata in cui anche ragazzini di 15/16 anni assolutamente sconosciuti alla polizia disponevano di armi ed erano pronti a qualsiasi cosa oltre, ovviamente, i capi, ai diversi livelli, del movimento ...".
I rapporti di fiducia reciproca esistenti tra Fiore e Giovagnini, descritti dallo stesso Giovagnini nel medesimo interrogatorio, e la assoluta chiarezza delle dichiarazioni riportate non lasciano dubbi sul fatto che nel luglio del 1980 a Roma agiva una formazione di estrema destra che perseguiva finalità eversive, che disponeva di organizzazione, mezzi ed armamenti adeguati per compiere azioni terroristiche e che aveva la peculiarità di annoverare tra le sue fila dei ragazzini quindici-sedicenni pronti a tutto.
Le dichiarazioni del Giovagnini non vanno esaminate disgiuntamente da quelle di Mario Guido Naldi, uno dei redattori più autorevoli di "Quex", il quale è entrato in questo processo per più di una ragione.
Interrogato dal PM di Bologna il 5 maggio 1981, costui ha riferito che nella primavera del 1980 era stato raggiunto a Bologna da Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore, i quali gli "chiesero se a Bologna ci fossero le condizioni per togliere fuori dall'ambiente di destra dei giovani e fondare un gruppo locale di Terza Posizione e se ci fossero elementi tali da passare poi gradualmente ad episodi di lotta del tipo di quelli di Roma, cioè si riferivano, come tipo di azioni, ad attentati come quello di Roma dentro una sezione del Partito Comunista con lancio di bombe a mano".
Quest'ultimo si identifica con l'attentato commesso il 16 giugno 1979 nei locali della sezione del PCI denominata "Esquilino", in via Cairoli, dove era riunita una cinquantina di persone; due membri dei NAR vi avevano fatto irruzione, avevano esploso vari colpi di pistola e lanciato due bombe a mano, provocando il ferimento di 25 persone.
Ora, -e tenuto conto del fatto che il Naldi ha ribadito questa versione dei fatti anche quando è stato interrogato dal G.I. di Bologna (27 mag.81) e che il ridimensionamento dell'episodio da lui compiuto al dibattimento, allorché ha sostenuto che Fiore ed Adinolfi gli avevano soltanto fatto una proposta politica, deve essere totalmente disatteso in forza delle ineccepibili considerazioni che ha svolto sul punto la sentenza di primo grado (pp.612-613) e che qui debbono intendersi integralmente richiamate- la notizia che viene dal Naldi rivela che i capi di TP patrocinavano la costituzione in altre regioni di formazioni eversive che, al pari di quella romana, si disponesse a compiere attentati terroristici.
Ebbene, le identità -quanto all'epoca, agli intenti manifestati e alle persone proponenti- rilevabili tra l'invito fatto a Naldi e la comunicazione fatta a Giovagnini rappresentano un palese conforto reciproco dei due episodi e, per quello che qui interessa, rendono vieppiù inattaccabile la prova dell'esistenza, in quel periodo, di programmi terroristici di ampia portata fra le fila della destra eversiva romana.
25.4 Mirella Robbio
Deve farsi menzione, infine, della vicenda che ha visto protagonista Mirella Robbio, moglie separata di Mauro Meli, luogotenente in Genova di Paolo Signorelli.
La donna ha testimoniato di essere stata avvicinata, circa due settimane prima della strage del 2 agosto, da certo capitano Segatel il quale l'aveva pregata di sondare l'ambiente dei vecchi amici del marito al fine di verificare la voce secondo cui la destra stava preparando "qualcosa di veramente grosso". La teste, che a causa della intervenuta separazione dal marito aveva perso i contatti con l'ambiente di lui, si dichiarò impossibilitata ad assecondare la richiesta, ma quando, a strage avvenuta, ebbe ad incontrare il capitano che le faceva notare quanto fosse fondata quella voce, dovette rammaricarsi vivamente di non essersi cimentata in quel tentativo.
L'episodio segnala che anche in un'altra regione d’Italia si erano diffuse voci insistenti che nella destra stavano maturando progetti terroristici di notevole portata.
25.5 Riepilogo
Se ne deve concludere che il denominatore comune delle vicende esaminate è la presenza nella eversione di destra, alle soglie dell'agosto 1980, della consapevolezza che si stavano per realizzare programmi terroristici di dimensioni così vaste da poter essere identificati facilmente con la strage di Bologna.
26. Le voci che seguirono la strage
Nei giorni successivi al 2 agosto si sono ripetutamente fatte udire voci di esponenti della destra eversiva che hanno indicato senza esitazione che la strage era stata messa in atto da elementi di quel medesimo ambiente.
26.1 Nel carcere di Ferrara
A seguito della emissione degli ordini di cattura della fine di agosto del 1980, nel carcere di Ferrara furono rinchiusi gli estremisti di destra Roberto Femia e Marcello Iannilli, alcune frasi dei quali furono intese da altri detenuti e da agenti di custodia.
Le frasi in questione dicevano sostanzialmente : "Non avevamo previsto e non volevamo una simile strage." "Ecco cosa succede a mandare dei ragazzini."
Dette frasi furono udite con molta chiarezza dall'agente di custodia Luciano Ferreli ed altresì dai detenuti Mario Aurora, Stefano Nicoletti e Giulio Capra. Un brigadiere degli agenti di custodia, Antonio Pappalettere, ha riferito, a sua volta, di essersi adoperato, non appena saputo che si andavano facendo confidenze importanti, per registrare con un magnetofono i colloqui dei detenuti summenzionati, ma che il cattivo funzionamento dell'apparecchio aveva reso vano il tentativo.
Questi fatti -sebbene non abbiano trovato adeguati sviluppi nel prosieguo dell'istruttoria, così come sarebbe stato auspicabile- si impongono tuttavia, ai limitati fini che qui interessano, per l'estrema importanza del loro significato.
Essi, invero, rivelano che fra gli esponenti della estrema destra romana si dimostrava una conoscenza degli eventi che giungeva fino ai dettagli organizzativi e si riconosceva, del tutto pacificamente, la provenienza della strage dal loro ambiente.
26.2 Mario Guido Naldi
Mario Guido Naldi, uno dei promotori della rivista ‘Quex’, il 19 agosto '80 veniva avvicinato in Sardegna, dove si trovava in vacanza, dall'agente dei Servizi di sicurezza Calipatti, al quale affidava le sue considerazioni sulla strage di Bologna (copia della registrazione del colloquio e trascrizione di questa sono stati acquisiti agli atti dell'istruttoria nel 1985).
Naldi ha, fra l'altro, affermato :"L'esplosione di Bologna sono convintissimo si tratta di una provocazione contro Quex. Ritengo che la matrice dell'attentato è senza dubbio di destra e rientra nella faida interna dei vari movimenti di estrema destra. Gli attentatori sono persone che vengono da fuori Bologna, quasi certamente da Roma e oserei dire dalle organizzazioni di Ordine Nuovo ed Avanguardia Nazionale". E più oltre : "Sono più che mai convinto che l'attentato terroristico è opera di una delle due organizzazioni Ordine Nuovo o Avanguardia Nazionale".
Le parole di Naldi -sempre per i fini che qui rilevano- sono tanto chiare da non richiedere alcun commento.
26.3 Nel carcere di Rimini
Va, infine, ricordato quanto ha dichiarato Stefano Nicoletti circa le confidenze fattegli da Edgardo Bonazzi nel carcere di Rimini tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1980.
Il Bonazzi era personaggio di spicco della estrema destra il quale, da tempo in carcere, approfittava degli spostamenti cui era sottoposto a causa dei vari processi nei quali era implicato, per svolgere un ruolo di collegamento fra i detenuti della sua area.
Ebbene, il Bonazzi ha dissertato a lungo con il Nicoletti in ordine alla strage, toccando vari temi ma prendendo sempre le mosse dal dato -mai neppure messo in discussione- che quel crimine era stato compiuto da esponenti della destra.
27. Le conclusioni sul contesto politico-ideologico della strage.
L'esame condotto sul contesto politico-ideologico della strage del 2 agosto ha visto l'emergere di due risultanze che possono essere espresse facendo ricorso alla felicissima sintesi della sentenza rescindente (p.94).
La prima è "che lo strumento stragista costituiva un dato proprio della strategia di lotta eversiva e terroristica della destra e che questa, fattualmente, alla strage più volte aveva fatto ricorso."
La seconda è che "prima e dopo la strage del 2.8.80 più informazioni avevano segnalato la riferibilità del fatto alla destra eversiva nella quale erano presenti preoccupanti fermenti di rilancio, anche mediante attentati indiscriminati negli obiettivi, tali da spargere un diffuso terrore e un bisogno di risposta forte e autoritaria".
28. L'attitudine degli imputati a commettere la strage
28.1 Le personalità e i curricula
E' stato posto un interrogativo la cui risposta, nelle attese della difesa, dovrebbe portare ad escludere una attitudine degli imputati a commettere la strage per cui è processo.
La domanda è se Fioravanti e Mambro avessero, in precedenza, commesso atti di terrorismo con obiettivi indiscriminati o con uso di esplosivo. Tale quesito presuppone -sempre nell'ottica difensiva- che solo in caso di risposta affermativa sarebbe lecito sostenere che gli imputati avessero avuto predisposizione per quel genere di attentati e che, quindi, avessero potuto compiere la strage.
Va da sé che la difesa dà una risposta negativa.
Questo modo di impostare il problema non appare accettabile, perché limita pregiudizialmente ed arbitrariamente il campo di indagine. Esso, per esempio, non tiene conto del fatto che -come si suole dire- c'è sempre una prima volta per tutto e che, nella specie, la strage del 2 agosto ha rappresentato un unicum anche nella storia del terrrorismo.
Seguendo la stessa linea argomentativa, ancora, va osservato che nella realtà delle cose richiede una ben maggiore dose di temerarietà e di spietatezza l'affrontare a viso aperto la propria vittima, in un conflitto a fuoco o, anche, sparandole un colpo a bruciapelo, piuttosto che depositare una borsa contenente una bomba ad orologeria in un luogo dal quale ci si allontana per tempo, magari lasciando altri a compiere l'ultima sorveglianza.
La Corte, tuttavia, non vuole sottrarsi al compito di dare una risposta al quesito sulla attitudine degli imputati per simili crimini, anche seguendo la impostazione cara alla difesa.
Ebbene, i fatti dimostrano che Fioravanti aveva già commesso attentati indiscriminati e con uso di esplosivo.
E' sufficiente, in proposito, ricordare l'assalto a "Radio Città Futura" (9 gen.79) e l'attentato alla sezione "Esquilino" del PCI (16 giu.79).
Il primo episodio fu caratterizzato dall'irruzione nella sede della emittente di quattro uomini mascherati che lanciarono bottiglie molotov e diedero fuoco ai locali nei quali stavano lavorando cinque donne che furono inseguite mentre fuggivano e falciate alle gambe a colpi di mitra e di pistola (tre mitra e una pistola automatica).
Il secondo episodio, già descritto, vide il lancio di bombe a mano nel locale nel quale era in corso una affollata riunione di partito.
Per entrambi i crimini è stata riconosciuta la responsabilità di Valerio Fioravanti con la sentenza 2 maggio 1985 della Corte di Assise di Roma (cd. Angelini), divenuta definitiva.
Ora, è assolutamente evidente che l’autore di quei delitti diede concreta dimostrazione di non avere alcuna remora ad usare ordigni esplodenti e di perseguire obiettivi che contemplavano anche di mettere a repentaglio l'incolumità e la stessa vita di una molteplicità di persone simultaneamente; persone non preventivamente individuate né conosciute; persone caratterizzate soltanto per l'appartenenza ad un ambiente o per la frequentazione di un luogo che si volevano colpire o a cui si voleva dare un segno della propria presenza.
V'è da aggiungere che se l'esame si allarga al gruppo -per altro limitato a poche unità- degli abituali compagni di lotta del Fioravanti, allora gli episodi significativi si moltiplicano.
Al riguardo, è sufficiente ricordare che Cristiano Fioravanti, con altri del gruppo, è stato condannato (sentenza 2 maggio 1985, citata) per svariati attentati dinamitardi compiuti nella zona di Roma ai danni di impianti pubblici e sedi di partito e che su questo tema lo stesso Cristiano ha fatto dichiarazioni di notevole rilievo.
9 dicembre 1981 al G.I. di Bologna: "Di procacciamento di esplosivo posso solo dire che gli attentati fatti dal nostro gruppo (tre al PSI, uno al PCI-zona Alberone) furono fatti con esplosivo procurato nei seguenti modi: con balistite granulare ricavata da proiettili di contraerea pescati in più riprese nell'estate e inverno 1979 a Ponza su un relitto di nave americana. Mio fratello provvedeva a predisporlo ed a preparare l'ordigno che esplodeva con semplice miccia. A pescarlo provvedevamo io, mio fratello, Alibrandi e Tiraboschi. Per altri attentati (ACEA Centrale del latte) usammo il tritolo acquistato da Alibrandi. Per gli attentati a due sezioni di Autonomia Operaia utilizzammo esplosivo procurato presso una cava di Civitavecchia. Di altre provenienze di esplosivo non so nulla. Quando mio fratello si mise con Calore, non so dove si procurasse l'esplosivo."
15 marzo 1985 al G.I. di Bologna : "In effetti la strategia del nostro gruppo non escludeva la possibilità di attentati terroristici anche gravi, ma contro obiettivi determinati e non indiscriminatamente colpendo nel mucchio. Non ho difficoltà a ricordare che il nostro gruppo si è reso responsabile di vari attentati come a quello all'ACEA, alla Centrale del latte di Roma, alla Laurentina, sempre contro l'ACEA, contro sezioni del PSI e del PCI. Ricordo, in particolare, un attentato ad una sezione socialista, quella di Testaccio che fallì per difetto di esplosivo, ma che avrebbe potuto avere gravi conseguenze; infatti, deponemmo la bomba o meglio deposi la bomba sul davanzale di una finestra della sezione nel cui interno vi erano moltissime persone. La bomba non esplose perchè la polvere era umida. Se fosse esplosa avrebbe potuto uccidere o ferire molte persone. Mi sembra che questo fatto sia accaduto nel '79 ed è oggetto del procedimento ’NAR 1’ che si sta svolgendo a Roma avanti alla 3a sezione della Corte d'Assise."
Queste dichiarazioni di Cristiano F. si commentano da sole e va, solamente, messa in evidenza la patente contraddittorietà tra l'affermazione di principio circa il rifiuto degli attentati indiscriminati e l'ammissione di un crimine con le caratteristiche di quello alla sezione PSI del Testaccio.
Sullo specifico punto dell'esplosivo, deve essere, poi, ricordato quanto è emerso dalle dichiarazioni rese, ovvero acquisite e confermate, in questo dibattimento da Maurizio Abbatino, uno dei più autorevoli esponenti della “banda della Magliana”; questi ha, fra l'altro, illustrato i rapporti esistenti tra la banda e un gruppo della eversione di destra, indicando in Massimo Carminati il terrorista che fungeva da elemento di collegamento con la banda medesima e che era l'unico (del gruppo eversivo) abilitato ad accedere al deposito di armi costituito dai criminali comuni negli scantinati del Ministero della Sanità. L'Abbatino ha anche riferito che, grazie all'intercessione del Carminati, tre elementi del medesimo gruppo -i due fratelli Fioravanti e Pasquale Belsito- poterono trovare ospitalità per qualche tempo nell'appartamento della banda in via degli Artificieri.
Orbene, l'Abbatino ha rivelato che il Carminati era un esperto nel confezionamento di ordigni esplosivi, tanto da impartire lezioni in materia a quelli della banda della Magliana; che l'esplosivo di cui disponeva la banda proveniva dal gruppo di Carminati; ancora, che i sacchetti con esplosivo (tritolo e nitrato di ammonio) rinvenuti nel deposito del Ministero della Sanità appartenevano al gruppo della destra e vi erano stati portati dal Carminati in persona.
Resta da segnalare, a questo punto, la qualità dei legami che univano Massimo Carminati a Valerio Fioravanti.
In proposito, si deve iniziare col ricordare che Cristiano Fioravanti ha dichiarato: "Sia io che Valerio siamo amici d'infanzia di Massimo Carminati, legato al giro della Magliana ed in particolare del Giuseppucci, Abbruciati, Diotallevi e Ducci." (22 mar. 85 al PM di Bologna).
Si deve, inoltre, tenere presente che Carminati era un amico della prim'ora di Franco Anselmi (il cui ascendente su Valerio F. è già stato ricordato), con il quale aveva diviso l'abitazione di Perugia ove entrambi frequentavano l'Università; Carminati e Fioravanti, poi, avevano militato insieme nelle fila del gruppo neofascista EUR-Marconi; essi, ancora, erano stati correi nella rapina commessa il 27 novembre 1979 ai danni della filiale della Chase Manhattan Bank di piazzale Marconi all'EUR.
Non si può, infine, trascurare di ricordare, oltre al già citato episodio di via degli Artificieri, che una delle armi rapinate da Fioravanti e Mambro il 5 agosto '80 all'armeria Fabrini di piazza Menenio Agrippa -il revolver Smith & Wesson cal.38 matr.24K2722- fu rinvenuto dalla polizia nel deposito del Ministero della Sanità.
Sono, dunque, provati, da un lato, la dimestichezza con gli ordigni esplosivi e la disponibilità di materiale esplodente che poteva vantare il Carminati in quegli anni, dall'altro, l'intenso rapporto che legò il Fioravanti al Carminati fin dall'infanzia e, segnatamente, dagli albori dell'attività eversiva degli imputati fino ad epoca successiva alla strage.
A quanto si è venuti sin qui dicendo in ordine alla dimostrata capacità del Fioravanti di compiere atti terroristici nei confronti di un numero indiscriminato di persone ed altresì in ordine alla sua familiarità con gli esplosivi v'è da aggiungere una considerazione sulla sua personalità così come emerge dall'insieme delle imprese delittuose da lui compiute.
Invero, è incontrovertibile che Valerio Fioravanti -a giudicare dal numero degli omicidi commessi e dalle modalità di esecuzione di questi e dei molteplici altri delitti di cui si è macchiato (si considerino, a puro titolo di esempio, le rapine brutali sul tipo di quella ai coniugi Barone Leporace, gli assalti come quello a Radio Città Futura, l'aggressione di reparti militari in armi come quello ai Granatieri di Sardegna)- diede prova di eccezionale risolutezza nell'agire, di grande temerarietà, di ineguagliabile spietatezza di comportamento, di estrema facilità nel ricorso all'uso delle armi, di assoluta indifferenza di fronte all'omicidio di nemici così come di amici (tanto da essersi vantato egli stesso del numero imponente di camerati uccisi o fatti uccidere per le più svariate ragioni).
Tutto ciò è ampiamente bastevole per ritenere l'imputato capace di commettere anche un crimine così grave come la strage del 2 agosto.
Ma per disegnare con maggiore precisione la personalità di Valerio Fioravanti sono insostituibili le valutazioni che di lui hanno espresso i suoi stessi amici e complici di imprese efferate.
A Walter Sordi che riferiva le dichiarazioni di Cavallini sull'alibi di Fioravanti, il G.I. ha rivolto (15 mar.84, cit.) la " domanda : Come si concilia secondo lei, Sordi, la posizione politica sempre sostenuta da Valerio Fioravanti con la partecipazione supposta ad un reato di strage?
risposta : Valerio Fioravanti è un pazzo e Francesca Mambro è la sua succube disposta a fare qualunque cosa Valerio le dica di fare; Valerio Fioravanti non ha mai esitato di fronte a nessun crimine e non avrebbe avuto remore ad eseguire l'attentato se gli avessero, ad esempio, promesso una partita di fucili mitragliatori."
Raffaella Furiozzi, che a sua volta ha riferito le confidenze di Cavallini a Diego Macciò, ha dichiarato al G.I. (25 mar.86, cit.) : "Cavallini criticò quella strage ed affermò che Giusva era un folle poiché aveva realizzato una cosa eccessiva. Preciso che Diego mi riferì a questo proposito le parole di Cavallini che si espresse con la frase ‘Giusva merita il soprannome di folle’. ”
Per parte sua, Laura Lauricella, la donna legata a Egidio Giuliani, ha dichiarato (G.I. 2 giu.82) : "Giuliani disse che, se la strage era stata opera della destra, non poteva essere estraneo Fioravanti o uno del suo gruppo, dato che si trattava di individui folli".
Ora, quelle riportate sono, indubbiamente, soltanto delle valutazioni soggettive, ma interessa qui notare che l'attributo della "follia" era riconosciuto a Valerio Fioravanti da una pluralità di fonti, l'una autonoma rispetto all'altra, tanto da far ritenere che, lungi dal trattarsi di una azzardata opinione isolata, quel giudizio corrispondesse ad un modo assai diffuso di valutare il personaggio da parte di chi gli era più vicino.
E per "follia", evidentemente, si intendeva qualche cosa che esorbitava dalla "normalità" rappresentata da omicidi, rapine e assalti di ogni genere, ossia dalle gesta praticate abitualmente da criminali terroristi come Giuliani, Cavallini e Sordi, autori, appunto, di quei giudizi.
Il quadro che si è andato progressivamente definendo in ordine alla personalità di Valerio Fioravanti ne rivela, allora, sempre più chiari tratti di compatibilità con la perpetrazione della strage.
Di Francesca Mambro basterà dire che le parole di Walter Sordi hanno tracciato un quadro che trova riscontro nei fatti, perchè l'imputata ha legato la sua sorte a quella di Valerio Fioravanti in pressoché tutte le imprese omicidiali di quest'ultimo.
Anche dopo la cattura di lui, per altro, l'imputata ha proseguito nel commettere crimini efferati, come si avrà occasione di riferire in altra parte della trattazione.
28.2 Le voci che dall'interno indicano gli imputati
Il pensiero di Giuliani e quello di Cavallini che si sono riportati nel paragrafo precedente introducono alla constatazione che coloro i quali, dall'interno della eversione di destra, in un qualche modo hanno fatto ipotesi circa i possibili autori della strage, ovvero hanno espresso un convincimento sul medesimo tema, si sono invariabilmente riferiti a Valerio Fioravanti e, talora, a Fioravanti e Mambro insieme.
Al riguardo, due sono le osservazioni.
La prima è che Giuliani e Sordi hanno dato valutazioni che suffragano quelle di Cavallini.
La seconda -di particolare rilievo- è che il giudizio di Cavallini è approdato agli atti da fonti diverse: la Furiozzi, che ha riferito le confidenze di Diego Macciò, e Walter Sordi, che ha riferito quelle dello stesso Cavallini e, segnatamente, non solo il giudizio riportato poco più sopra, ma altresì i fatti (la mancata presenza degli imputati presso di lui il 2 agosto malgrado le dichiarazioni fatte in tal senso ad altri del gruppo) che avevano indotto il terrorista milanese a convincersi della responsabilità di Fioravanti e Mambro.
29. Gli imputati non furono vittime dei Servizi
La difesa degli imputati ha sostenuto che il depistaggio compiuto dai Servizi di sicurezza in questo processo verrebbe utilizzato come prova di responsabilità a carico di Fioravanti e Mambro.
Ora, la motivazione della presente sentenza, per essere pervenuta ad un giudizio di colpevolezza esclusivamente sulla base della prova indiziaria esaminata nella prima parte della decisione, sta a dimostrare che quell'assunto è totalmente inconferente.
Si è sostenuto ancora, da parte della difesa, che attraverso il depistaggio, in realtà, i Servizi avrebbero avuto come obiettivo di far convergere l'attenzione degli inquirenti sul gruppo dei NAR e, in particolar modo, su Valerio Fioravanti (e sul Cavallini).
Il tema è già stato affrontato dalla sentenza di primo grado con penetrante analisi di ogni suo aspetto (pp.1345-1369). A tale analisi non è parso che la difesa abbia opposto alcuna critica, essendosi questa limitata a riproporre taluni argomenti, ma ignorando l'esame che di essi aveva svolto il giudice di prime cure. Come unica novità -a quanto sembra- la difesa ha ora citato, in appoggio alla sua tesi, il rapporto della DIGOS di Bologna in data 2 febbraio 1985, che ha utilizzato talune notizie ricavate dalle informative dei Servizi per stabilire connessioni, identità ed analogie a carico del Fioravanti (e anche del Cavallini).
Al riguardo, la Corte deve mettere in evidenza che l'assunto della difesa, anche se vero, non porterebbe comunque a stabilire un rapporto di causa ed effetto tra le calunnie -in ipotesi- dei Servizi e le prove che hanno portato alla condanna degli imputati, e ciò per le ragioni che si sono chiarite or ora. La qual cosa dimostra, ancora una volta, la inconferenza dell'argomento difensivo.
Ciò nondimeno, la Corte vuole, attraverso una rapidissima analisi, far rilevare che le informative dei Servizi non erano tali da consentire le deduzioni che ne ha tratto il rapporto 2 febbraio 85, perché le connessioni da questo individuate sono basate su presupposti di fatto errati o inesistenti e sono spesso il frutto di considerazioni ingiustificate o, addirittura, arbitrarie.
Valga il vero.
Si sostiene nel rapporto che le caratteristiche somatiche dei due stranieri cui era stato attribuito dai Servizi il trasporto della valigia sul treno Taranto-Milano presentano analogie con quelle di Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini.
La descrizione fornita dal SISMI era: "Le Grand Raphael, altezza m.1,75/1,80, corporatura prestante, capelli castani, colorito roseo; Dimitris Martin, con leggera calvizie frontale."
Orbene, la leggera calvizie frontale può attagliarsi a Cavallini, anche se, per la verità, le foto segnaletiche dell'epoca non evidenziano con chiarezza il particolare che, invece, si è andato manifestando con il passare degli anni, come ha potuto constatare il Collegio in questo dibattimento; ed anche se la descrizione è estremamente generica, perché non indica nemmeno il colore dei capelli; al contrario, per Fioravanti si può dire tutto ma non che abbia una corporatura "prestante", e cioè "che spicca sugli altri", secondo il significato lessicale del termine.
Il rapporto ritiene che si possa attagliare a Giorgio Vale la descrizione somatica del giovane che acquistò a Bari i biglietti aerei ritrovati nella valigia, e ciò perché vi si parla di "colorito bruno" e di "cadenza presumibilmente barese".*) Ora, è pacifico che Vale era romano e che, essendo un mulatto, aveva un colorito della pelle intensamente e inconfondibilmente scuro, tanto da essere chiamato "il negretto" e da non poter essere scambiato per un individuo definibile semplicemente come "bruno" in contrapposizione a "biondo". Il rapporto della Digos stabilisce una relazione tra il fatto che Fioravanti avesse posto una "base" del suo gruppo a Gandoli, nei pressi di Taranto, e la circostanza che la valigia fosse stata ritrovata sul treno Taranto-Milano.Va obiettato che l'origine del treno non coincide con il luogo in cui sarebbero saliti sul convoglio i portatori della valigia, dal momento che subito si era accertato che i biglietti aerei erano stati acquistati a Bari il giorno stesso (12 gennaio) del passaggio del treno da quella stazione e che, dunque, quello era l'unico luogo per il quale si potesse ragionevolmente ipotizzare la base di partenza dei terroristi. Il rapporto stabilisce una relazione tra l'informativa del SISMI del 28 aprile 81, con la quale si comunicava che sarebbero giunti dalla Germania i terroristi che si preannunciava avrebbero compiuto attentati dinamitardi durante quella primavera, e la dichiarazione di Massimo Sparti, secondo cui Valerio Fioravanti gli aveva confidato di essersi travestito da tedesco alla stazione di Bologna per apparire insospettabile. Ora, la tesi del rapporto è tanto cervellotica quanto slegata dal tempo, perchè Fioravanti cercava un travestimento che lo differenziasse dal cliché dell'ipotetico terrorista e non già un travestimento che lo assimilasse ai dinamitardi che -secondo l'informativa- sarebbero dovuti entrare in azione otto mesi più tardi per fare attentati simili a quello compiuto da lui. Anche se non menzionati nel rapporto dell'85, vi sono altri due temi che si pongono sullo stesso piano di quelli testé trattati e che meritano di essere brevemente esaminati. Il primo concerne il ritrovamento dei nomi "BOTTAGIN" e "FIORVANTI" sui tabulati che contengono i nomi dei viaggiatori in partenza per Parigi e Monaco la sera del 13 gennaio 81. A questi nomi si sono volute associare le persone di Cavallini, che talvolta si era presentato col falso nome di "Bottacin", e di Valerio Fioravanti. Si sarebbe trattato -secondo la difesa- di un espediente messo in atto dai Servizi per criminalizzare i due terroristi, dal momento che i voli erano quelli per i quali erano stati acquistati i biglietti ritrovati nella valigia sul treno e che, secondo l'informativa, sarebbero stati utilizzati dai terroristi per fuggire dall'Italia dopo la consegna della valigia. Orbene, la volontà calunniatrice del SISMI è -una volta tanto- dimostrata insussistente dalla circostanza che quei tabulati non furono mai portati a conoscenza dell'Autorità Giudiziaria o di Polizia ad opera del Servizio. Essi, infatti, furono trovati casualmente nel 1984 dal Procuratore della Repubblica di Roma, in occasione di una perquisizione effettuata negli uffici del SISMI. Tanto basta a togliere ogni sospetto, sullo specifico punto, all'attività del SISMI, ma si potrebbe aggiungere che è stato dimostrato (pp.1353-1354 della sentenza di I° grado) che, in realtà, i nomi Bottagin e Fiorvanti non compaiono sulle liste dei voli per i quali erano stati prenotati i biglietti, ma per altri voli (Alitalia invece di Air France) della stessa giornata e per destinazioni parzialmente non coincidenti (Stoccarda invece di Monaco). Il secondo argomento riguarda la menzione che fa il SISMI dei NAR a proposito del coinvolgimento di questo gruppo nella strage.In uno dei 22 riepiloghi allegati al rapporto 14 ottobre 1980 a firma del gen. Santovito si espone "la tesi sostenuta dall'estremista Naldi nel contatto con elemento del Servizio". Si tratta del colloquio con l'agente Calipatti di cui si è riferito in altra sede. Qui interessa, per il momento, mettere in luce che nel detto riepilogo il SISMI falsa l'informazione avuta da Naldi perchè, mentre questi aveva ipotizzato la responsabilità di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, il rapporto tace completamente il nome dei due movimenti e vi sostituisce quello dei NAR : "Secondo tale tesi la strage di Bologna: -sarebbe sicuramente di matrice neofascista; -si innesterebbe nella faida in atto tra diversi movimenti dell'estrema destra; -molto probabilmente è attribuibile ai NAR romani i quali avrebbero inteso così provocare i fascisti bolognesi rifiutatisi di collaborare." Tuttavia, una vicenda del gennaio successivo rivela che la volontà del SISMI (che palesemente nell'ottobre era stata guidata dall'esigenza di distogliere l'attenzione degli inquirenti da O.N. e A.N.) aveva nel frattempo subito una correzione di rotta assai eloquente. Invero, al quinto quesito formulato dal Giudice Istruttore di Bologna ("Che parte hanno avuto i NAR; se sono compartecipi del programma gli attuali imputati della strage Calore Sergio, Pedretti Dario, Furlotti Francesco, Semerari Aldo, Signorelli Paolo.") il SISMI risponde: "E' stato escluso il legame con i NAR, come è stata esclusa la partecipazione alla strage dei nominativi segnalati. Se alcuno di essi poteva essere al corrente non è stato potuto chiarire, anche perché esistono legami tra i NAR e Terza Posizione". Ne risulta, dunque, evidente che il SISMI si preoccupa di precisare che i NAR devono essere tassativamente esclusi dal novero dei gruppi sospettati (e che se qualcuno dei suoi esponenti è a conoscenza di alcunché è soltanto in virtù dei "legami" con T.P.). E' assai importante, poi, l'epoca in cui il SISMI consegna le risposte ai giudici di Bologna. Si tratta della seconda metà di gennaio del 1981, vale a dire immediatamente a ridosso dell'operazione "terrore sui treni", onde è inevitabile mettere in relazione questo episodio con quelli delle informative sulla valigia e interpretare queste ultime alla luce del primo. Ne risulterà, in tal modo, pienamente confermato il giudizio di estraneità del SISMI ad un disegno persecutorio nei confronti degli imputati. Al termine di questo breve esame si deve concludere che i Servizi non solo si astennero dal tramare contro gli imputati ma, anzi, dispiegarono il loro intervento, in un momento nodale per l'inchiesta, a favore del gruppo terroristico nel quale i prevenuti si identificavano. 30. Il movente e i ruoli. Rinvio Sul movente del crimine e sui ruoli assolti dagli imputati vanno richiamati senz'altro gli argomenti e le osservazioni svolti al riguardo dalla sentenza di primo grado (pp. 883 e 886 ss.). Essi, tuttavia, richiedono alcune puntualizzazioni. Quanto al movente, il fatto -sul quale ci si soffermerà più avanti- che, in esito al presente processo ed in conseguenza del sommarsi delle decisioni intervenute dopo quella di primo grado, la banda armata risulti più ridotta di quanto ritenuto dai primi giudici, non toglie nulla alla validità degli argomenti svolti nella sentenza 18 luglio 88, perché essi sono riferibili anche a questi soli imputati e alle loro vicende personali. Quanto ai ruoli, merita una brevissima chiosa ciò che è stato detto dal giudice di primo grado su quello avuto da Francesca Mambro.Invero, i riferimenti al coraggio dell'imputata fatti da Valerio Fioravanti nel suo colloquio del 4 agosto con Sparti potrebbero ricondurre la donna ad un compito che ha richiesto questa dote e che, pertanto, la avvicina o al trasporto dell'esplosivo, o al momento e al luogo dello scoppio, anche se solo per svolgere mansioni di sorveglianza. Va, infine, rilevato che la presenza di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro alla stazione e la loro posizione, palesemente non gregaria, nella banda armata da cui è scaturita la strage autorizzano a pensare che essi abbiano dato un apporto fattivo e determinante (quanto meno) alla esecuzione del crimine. In ogni caso, valgono anche per questi imputati le argomentazioni in punto di concorso punibile su cui ci si soffermerà trattando la posizione del Picciafuoco. 31. Reticenze e silenzi E' necessario fare alcune osservazioni che nascono spontanee dall'esame della condotta processuale tenuta dagli imputati nel corso del dibattimento celebratosi avanti a questa Corte. Fioravanti e Mambro, infatti, ad onta di un atteggiamento esteriore di disponibilità nel rispondere alle domande che da qualunque parte fossero loro rivolte, hanno tenuto un comportamento del tutto reticente. Detto comportamento si è manifestato in varie direzioni e, per quello che qui interessa, ha riguardato il tema dei rapporti con gli ambienti della vecchia guardia del terrorismo di destra. Così, Fioravanti, quando gli è stato richiesto di spiegare quali fossero state le ragioni del suo disegno di uccidere Fachini nei mesi immediatamente successivi alla strage, ha eluso la domanda, trincerandosi dietro un generico dissenso sulla impostazione della azione rivoluzionaria. Analogo atteggiamento elusivo ha tenuto quando gli sono state chieste delucidazioni in merito alla lettera inviata a Mario Tuti nel novembre del 1982. In detta lettera Fioravanti si diffondeva sull'esigenza di condurre un "processo" all'intera storia del movimento eversivo di destra, processo che si affermava essere già stato espletato in parte (cfr. i riferimenti alle responsabilità di Freda per la strage di piazza Fontana) e del quale si segnalavano le difficoltà (cfr. le indicate resistenze di Concutelli) e le prospettive. La lettera conteneva anche una esplicita menzione del progetto di uccidere Paolo Signorelli. Orbene, l'imputato ha sostenuto che quello scritto non era stato altro che l'espediente per indurre il Tuti a confidarsi con lui, così da conoscere il reale modo di pensare del terrorista toscano.Su questo punto Fioravanti è facilmente smentibile perché è sufficiente leggere non solo la lettera in esame, ma anche tutto l'epistolario Mambro-Tuti-Fioravanti che è in atti (AA, V2, c5) per rendersi conto della notevole intensità dei rapporti che accomunavano i tre detenuti, rapporti nei quali si colgono prove inconfondibili di confidenza e persino di affetto reciproci e a cui è estranea, di necessità, ogni forma di finzione o di inganno. Si deve, così, registrare che anche in questo caso Fioravanti, privando di attendibilità il suo scritto, ha voluto precludere in radice ogni approfondimento del tema. Per molti versi assimilabile al comportamento descritto è la circostanza che Fioravanti e Mambro abbiano sempre fermamente rifiutato di inoltrarsi su terreni che non fossero quelli strettamente delimitati dalla contestazione. *) Mai, infatti, si sono spinti, malgrado le sollecitazioni ricevute, a formulare ipotesi di responsabilità alternative alle loro che, pure, erano implicite nella loro linea difensiva e sarebbero potute sfociare in accertamenti idonei, in ipotesi, a suffragare la assunta loro innocenza.
Il dato che accomuna i due casi esaminati è -a parere della Corte- l'evidente intento di non aprire varchi nella difesa che consentissero la penetrazione dell'indagine verso gli ambienti che costituirono il retroterra delle vicende per cui è processo.
E così, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che all’epoca erano giovanissimi e verosimilmente permeabili alle lusinghe di “cattivi maestri” e che attendibilmente furono strumento di personaggi che preferirono restare nell'ombra e gettarli allo sbaraglio, sono rimasti silenti.
Essi hanno scelto di tacere e la loro scelta, anche se frustra -ancora una volta- l'ansia di verità sui retroscena della strage, è comprensibile sul piano delle esigenze difensive.
L'auspicato diverso comportamento, infatti, avrebbe portato in modo ineluttabile alla confessione e, con questa, anche alle prevedibili reazioni di chi fosse stato chiamato in causa come motore dell'impresa criminale.
32. La strage non si confessa
Nelle perorazioni difensive ha aleggiato ricorrentemente un argomento che si condensa nel seguente enunciato: "questi imputati hanno confessato un numero molto elevato di omicidi e, quindi, non avrebbero avuto nessuna remora a confessare anche la strage se effettivamente vi avessero partecipato".
L'argomento potrebbe apparire suggestivo, ma poche ed elementari riflessioni fanno comprendere che si fonda su due presupposti entrambi errati.
Il primo è che la strage -una strage che ha comportato l'uccisione di 85 persone e il ferimento di altre 200- sia equiparabile ad un omicidio, vale a dire alla uccisione di una persona.
Il secondo è che si possano mettere sullo stesso piano, da un lato, la uccisione di un poliziotto, o di un magistrato , o di un avversario politico bene individuati, che vengono colpiti perché giudicati personalmente responsabili di essere nemici del "movimento", o di impersonare il "regime" che si vuole abbattere; dall'altro, l'assassinio di ottantacinque persone e il ferimento di altre duecento tutte sconosciute, senza volto, senza identità né politica, né religiosa, né sociale, o semplicemente geografica, nessuna delle quali capace di rappresentare un nemico da colpire. Nella specie, si trattava di persone la cui anonimia era connaturata al luogo in cui l'ordigno era stato collocato -la sala d'attesa di seconda classe della stazione che è il nodo ferroviario più importante d'Italia-; al giorno -il primo sabato di agosto, destinato allo spostamento di un gran numero di viaggiatori-; all'ora -le 10.30- di "punta" per quel genere di traffico.
Non, quindi, persone che nel loro insieme rappresentavano qualche cosa di preciso, ma persone che viaggiavano da sole o in piccoli gruppi familiari, per andare o tornare dalle vacanze o dai luoghi di origine.
E’ palese che le indicate equiparazioni sono assolutamente improponibili e tale improponibilità rivela la radicale erroneità dei presupposti dell'argomento difensivo e, conseguentemente, la infondatezza del medesimo.
Ma, una volta dimostrato quanto sia ingannevole il suddetto argomento, occorre capacitarsi del fatto che, comunque, gli imputati non avrebbero mai potuto confessare questa strage.
Una strage come quella della stazione di Bologna non si confessa.
Perché la confessione rende definitivamente certo ciò che altrimenti si può sempre sperare che rimanga segnato dal dubbio.
Perché la condanna per la strage allontana a dismisura la prospettiva di benefici carcerari.
Perché la certezza di responsabilità per una simile strage relega i suoi autori in un mondo di paria in cui vengono tenuti non solo dalla pubblica opinione, ma soprattutto dai compagni di detenzione e da gran parte degli stessi compagni di lotta.
Perché la strage, questa strage, è per chiunque un fardello troppo pesante da sostenere, sotto tutti gli aspetti.
Perché, infine, la confessione comporterebbe la necessità di dare conto delle ragioni della strage ed implicherebbe il coinvolgimento di altri responsabili di più elevato rango e con intenti di più ampia strategia. Col che gli imputati si verrebbero ad esporre inevitabilmente al concreto pericolo di ritorsioni, anche gravissime.
33. Le conclusioni
Si deve, conclusivamente, rilevare che, oltre alla prova logica raggiunta, è stata acquisita agli atti anche una ragguardevole massa di altri elementi i quali presentano, tutti, un inequivocabile significato di piena concordanza con la suddetta prova e che, pertanto, ne costituiscono il conforto e la conferma.
A fronte di ciò va, ancora, rilevato che nel processo non sono emersi elementi di prova di segno contrario, né da parte degli imputati sono state presentate argomentazioni capaci di radicare dubbi degni di ascolto.
Deve, quindi, concludersi che l'affermazione di responsabilità di Valerio Fioravanti e di Francesca Mambro pronunciata dalla Corte d'Assise di primo grado in ordine ai delitti di strage e connessi merita di essere integralmente confermata