Dal Corriere della Sera del 6 dicembre 2000

– Agli atti del processo di piazza Fontana e’ stata depositata la testimonianza resa dal senatore a vita Paolo Emilio Taviani a due ufficiali dei carabinieri. Il verbale ha la data del 7 settembre 2000. Taviani dice che “In sintesi la chiave di lettura della storia italiana dalla primavera del 1947 al 1989 sta nella doppia politica estera. In uno scenario di tale gravita’ sono esplose tre drammatiche crisi: 1964, 1969-70, 1973-75”.
Sulla prima crisi, quella del 1964, Taviani racconta che il presidente Antonio Segni torno’ da una visita in Francia, il 22 febbraio, “impressionato dall’ organizzazione antistalinista dei francesi: Mi chiese piu’ volte cosa avessimo previsto in caso di insurrezione armata comunista. Gli ho sempre risposto che, dopo la sconfitta interna dei secchiani, ne’ io ne’ Vicari, capo della polizia, ne’ l’ arma avevamo preoccupazioni di tal genere”. Da allora  Segni “non ricevette piu’ Vicari, ma soltanto De Lorenzo. Poi allontano’ da se’ a poco a poco anche Cossiga. Li riteneva troppo di sinistra”. 

Taviani parla di alcune persone che alimentavano i timori di Segni e fa i nomi di Merzagora, Bucciarelli Ducci, Martino, Pacciardi, Eugenio Reale, Renato Angilillo, “un cospicuo mondo politico trasversale. Parlamentari, alti funzionari, magistrati, alti ufficiali, che in buona fede vedevano un pericolo nella nostra apertura a sinistra. C’ erano dei democristiani, ma non tutti lo erano, dei massoni, ma non tutti. Erano sobillati dalla Cia ? A dire il vero era accaduto il contrario: qualcuno dei personaggi citati aveva espresso a personaggi di Paesi a noi alleati le nostre preoccupazioni”.

Taviani colloca la strage di piazza Fontana, “la madre delle stragi”, in un clima di debolezza e gelosie dei servizi in cui “i gruppuscoli di estrema destra si gonfiarono fino a costituire una galassia distaccata dal Msi”. Per taviani pero’ “c’ e’ un punto fondamentale per capire la strage ed e’ che la bomba, nell’ intenzione degli attentatori, non avrebbe dovuto procurare alcun morto”. Taviani aggiunge che “la sera del 12 dicembre 1969 il dott. Fusco, un agente di tutto rispetto del Sid, defunto negli anni ’80, stava per partire per Milano con l’ ordine di impedire attentati. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era scoppiata. Da Padova a Milano si mosse, per depistare le colpe veso la sinistra, un ufficiale del Sid, Del Gaudio. Questi due dati sono indizi, se non prove, di atteggiamenti contrastanti nello stesso Sid. In alcuni settori del Sid e dell’ Arma di Milano e di Padova vi furono deviazioni”. Taviani dice anche che la notizia su Fusco gli fu “rivelata da un religioso” e “poi confermata da Miceli”.

Un’ atra fase viene individuata da Taviani dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo. “Nel periodo dello sfascio del Sifar e della confusione del Sid erano stati assunti come agenti di complemento parecchi confidenti, veri e propri ‘servizi paralleli’, spesso equivocati con Gladio, mentre con essa non avevano nulla a che vedere. Quando, dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo, le questure e alcuni settori dell’ arma rettificarono la loro azione, alcuni di questi agenti si trovarono diffidati e respinti. A mio sommesso parere stanno qui le schegge impazzite che imperversarono soprattutto in Toscana. Mario Tuti, che quando fu scoperto uccise due poliziotti, era un tipico esponente di queste schegge, di estrema destra, impazzite”.