Da un documento attribuito a Mario Tuti al processo per la strage della stazione di Bologna: "Con specifici attacchi, poi, non necessariamente rivendicati dalla nostra parte, si potranno aumentare sino ad un limite insostenibile per il tessuto dello Stato, le tensioni politiche, economiche etniche e geografiche, causando già di fatto uno scollamento irreparabile del tessuto sociale, premessa indispensabile per un estendersi generalizzato della lotta" (tratto dalla Sentenza della Corte di Assise di Bologna del 16 maggio 1994)
"Le
indagini per l'attentato all'Italicus portano alla scoperta di un nucleo di
terroristi neri operante in Toscana. Tra questi figura un "insospettabile"
impiegato impiegato comunale di Empoli: il geometra Mario Tuti." (...) "Le indagini durano due anni, la svolta decisiva avviene il 16
dicembre 1975 quando un'evaso dal carcere di Arezzo, Aurelio Fianchini si
costituisce e racconta come e da chi è stato compiuto l' attentato. Viene fuori
la storia dei terroristi neri toscani e delle protezioni di cui godono: un
giudice del tribunale di Arezzo che li avverte se vengono spiccati dei mandati
di cattura, un'avvocato che è in contatto con i capi dell'eversione nera
Clemente Graziani ed Elio Massagrande. Il giudice bolognese Vella a cui vengono
rese queste testimonianze emette mandato di cattura contro Mario Tuti, Luciano
Franci e Pietro Malentacchi. Ma Tuti è latitante; avvisato dal giudice
che lo protegge, il 22 gennaio 1975 accoglie i tre carabinieri (vedi note in calce) venuti ad
arrestarlo a colpi di pistola freddandone due e ferendo il terzo. La rete di
complicità di Ordine Nuovo gli permette di rimanere nascosto per alcuni mesi in
Toscana, poi spinto dal bisogno tenta una rapina a Empoli e sfugge ancora una
volta per puro caso alla cattura. Ora deve espatriare. Va prima ad Ajaccio e poi
in Francia. La polizia francese riesce a rintracciarlo a Saint Raphael: ancora
una volta spara per uccidere. Ferito egli stesso al collo, versando sangue dalla
giugulare, si getta sui poliziotti cercando di colpirli a pugni e calci. Al
processo terrà un contegno sprezzante; ormai è uomo da ergastolo che può fare
a meno di nascondere. E' lui ad uccidere nel carcere di Novara il Buzzi, quello
di piazza della Loggia, colpevole agli occhi dei terroristi neri di avere
cantato con la Polizia
." Tratto da "Storia della Repubblica Italiana" di Giorgio Bocca 4°
volume
Giorgio Bocca scrive questo articolo negli anni 80, tale
riassunto biografico è quindi, ovviamente, privo delle successive gesta del
Tuti che nell' 87 capeggerà la rivolta di
Porto Azzurro dove minaccerà, armi
alla mano, una ventina di ostaggi per quasi 8 giorni. Si arrenderà solo dopo essersi
reso conto che, svanita la sorpresa, la fuga era impossibile.
In questo passo, Bocca elabora in anticipo sui tempi, una lucida analisi che però inevitabilmente risente dei depistaggi della verità ufficiale che viene elaborata a copertura di quelle complicità che personaggi quali il Tuti probabilmente godevano. Si parla infatti di un tentativo di arresto finito nel sangue, oltre alla imprecisione che vede coinvolti dei carabinieri (frequente anche in altri testi) in luogo degli agenti della Polizia di Stato.
Una verità ufficiale forse scomoda, quella di un maldestro tentativo di arresto, ma necessaria alle gerarchie politiche e militari del tempo per evitare l'emersione di quelle evidenze a cui allude con acuta lungimiranza lo storico Bocca, ed ancor più chiaramente espresse (ma solo quasi trent'anni dopo) dall'ex Ministro dell'Interno del tempo Onorevole Taviani: Mario Tuti era forse una sorta di "agente di complemento", uno dei tanti, che si erano prestati ad alimentare la strategia della tensione, saranno infatti quasi duecento in quegli anni gli attentati dinamitardi. Al lume di questa ammissione molti tasselli che sembravano indizi distanti diventano un'insieme correlabile e coordinato, e quello che si voleva al tempo far passare come l' azione di un singolo esaltato diventa parte di un piano organico.